| Alle cinque di quel sabato d'ottobre, annoiato, ascoltavo in onde medie buona musica jazz e studiavo la cassettiera dell'armadio, pensando a quel che avrei fatto bene a indossare. Alle sei e trenta, alla galleria Durbini, nel quartiere di grido della nouveau-nouveau art milanese (nella zona tra Como e Farini), ci sarebbe stata un'"azione" di Relata Rèfero. Una femmina sui trentacinque, questa RR, e, secondo le parole dell'amico Giudici carissimo, "una gran bella fica". Che stava lasciando certa body art troppo legata al passato (innesti di polimeri plastici sottocutanei, con effetti di colore in trasparenza, sulla pelle), dirigendosi verso "nuove frontiere di esperienza performativa". Anche questo sosteneva l'amico Giudici, caporedattore. Era lui che aveva ricevuto la segnlazione, lui che, di Relata Rèfero, conosceva un po' di carriera, di amici e di sostenitori". Dal testo di copertina "Mario Provera, scapolo e poco più che trentenne, è architetto e titolare di uno studio milanese di successo. Ha un interesse fortissimo per le frange più perturbanti dell'arte contemporanea, quelle che hanno a che fare con mutazioni e postumano. Con lui, pochi amici altrettanto benestanti, eleganti e cinici, alla ricerca di tutto ciò che, nell'arte, è estrema testimonianza della modernità. Un gruppetto di happy few che si diverte con prostitute orientali costosissime, vini pregiati, ottimi sigari... Quando Provera conosce Relata Rèfero, artista sfacciata e parvenu con cui intreccia una relazione, sua madre si ammala di leucemia. Lei, in ospedale, gli apre squarci sul passato della sua famiglia, minando le sue certezze, il suo senso di benessere e di stabilità. Il protagonista del romanzo si mette a nudo, semplicemente e senza retorica, mentre crollano le sicurezze di quel che resta della buona famiglia italiana, settentrionale e altoborghese. La narrazione accelera a perdifiato fino al rumore bianco del delirio, in un'oscillazione complessa che sfiora l'orrore e il sovrannaturale. | ||||||||||
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